BURQA E SCUOLA, OLTRE LA POLEMICA: UNA SOCIETÀ SI COSTRUISCE UNENDO
Sicurezza, integrazione e identità sono temi reali. Ma il confronto pubblico non dovrebbe trasformare le differenze in un muro tra cittadini

ROMA – Il dibattito sul burqa e sul niqab nelle scuole italiane è tornato al centro della scena politica. Il Consiglio dei ministri ha approvato il 24 settembre un decreto sulla scuola che prevede, tra le altre misure, il divieto di burqa e niqab negli istituti scolastici e un limite del 30% nelle classi per gli studenti che non conoscono adeguatamente l’italiano. Il governo presenta le misure come strumenti per favorire integrazione, sicurezza e pari opportunità.
Ma accanto alla discussione sulle norme sarebbe utile aprire una riflessione più ampia. Nel 2026 la domanda non dovrebbe essere soltanto cosa vietare, ma quale società vogliamo costruire.
La sicurezza è un tema concreto, così come lo sono la conoscenza della lingua italiana, l’integrazione, il rispetto delle regole e la parità tra uomini e donne. Allo stesso tempo, una società democratica deve evitare che una questione specifica diventi un'occasione per contrapporre italiani e stranieri, laici e religiosi, maggioranze e minoranze.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, parlando della scuola, ha sottolineato il suo ruolo come strumento di integrazione e la necessità di creare legami, superare le barriere e rafforzare la coesione sociale. È proprio questo il punto centrale: la scuola dovrebbe essere il luogo nel quale le differenze si incontrano, non quello nel quale vengono trasformate in divisioni.
Esiste inoltre un nodo giuridico che merita attenzione. Il Consiglio di Stato, con una sentenza del 2008, aveva stabilito che il velo integrale per motivi religiosi può costituire un “giustificato motivo” rispetto alla normativa sul riconoscimento della persona, fermo restando l'obbligo di consentire l'identificazione quando richiesto dalle autorità. Il nuovo intervento legislativo apre quindi anche una discussione sul rapporto tra sicurezza, libertà individuali e applicazione delle nuove regole.
È legittimo interrogarsi sull'opportunità delle norme. Ma una democrazia matura dovrebbe farlo senza trasformare ogni differenza culturale in un'emergenza.
Migliorare una società non significa mettere una persona contro un'altra. Significa creare regole chiare, garantire diritti e doveri e, soprattutto, trovare ciò che può unire.
Perché integrazione non significa rinunciare ai principi comuni. Significa fare in modo che quei principi siano abbastanza forti da includere, educare e responsabilizzare tutti. In un'Italia sempre più plurale, questa potrebbe essere la vera sfida: non cancellare le differenze, ma impedire che diventino divisioni.

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