CINQUE GIORNI PER PAGARE, MA CHI DEVE SPIEGARE AL CITTADINO?
Quando la Pubblica amministrazione chiede soldi, il cittadino ha il diritto di sapere con precisione perché, per conto di chi e sulla base di quali atti. La forza dello Stato non può trasformarsi in paura.

ROMA- C’è una domanda che dovrebbe essere semplice: se un ente pubblico chiede a un cittadino di pagare una somma, perché quel cittadino non deve poter ottenere con altrettanta facilità tutte le spiegazioni necessarie?
La questione diventa ancora più delicata quando nella comunicazione compare un termine perentorio: cinque giorni. Cinque giorni per pagare, con la prospettiva, in caso contrario, dell’«esecuzione forzata».
È esattamente la formula contenuta in un recente avviso di intimazione di pagamento di Agenzia delle entrate-Riscossione: viene richiesto il pagamento di 2.1……. euro entro cinque giorni dalla notifica, con l'avvertimento che, trascorso inutilmente il termine, si procederà secondo legge all’esecuzione forzata.
Il documento indica cinque diverse cartelle e diversi enti creditori: INPGI, Regione Lazio, Prefettura di Roma e Agenzia delle entrate.
Fin qui, il meccanismo amministrativo è descritto nel documento.
Ma resta una questione di fondo: quanto è realmente semplice, per un cittadino, capire tutto, verificare tutto e contestare eventualmente ciò che ritiene non dovuto?
CINQUE GIORNI NON SONO CINQUE GIORNI PER CAPIRE
Quando arriva una richiesta di pagamento, soprattutto se riguarda somme riferite a diversi anni, diversi atti e diversi enti, il cittadino non ha soltanto bisogno di sapere quanto deve pagare.
Ha bisogno di sapere:
Chi lo chiede?
Per quale motivo?
Qual è l’atto originario?
Quando è stato notificato?
Perché quella somma risulta ancora dovuta?
Quale ente è responsabile della pretesa?
A chi deve rivolgersi per contestarla o ottenere chiarimenti?
E soprattutto: chi deve rispondere concretamente alle sue domande?
Lo stesso documento riconosce una distinzione importante: per i chiarimenti sulle somme richieste bisogna rivolgersi direttamente all’ente creditore, mentre Agenzia delle entrate-Riscossione fornisce informazioni sulla situazione dei pagamenti e sulle attività di riscossione.
Ed è proprio qui che nasce il problema.
Perché il cittadino rischia di trovarsi davanti a un percorso a ostacoli: un soggetto invia l’intimazione, un altro ha originato il credito, un altro ancora deve spiegare la ragione della richiesta.
Nel frattempo, però, il termine corre.
IL CITTADINO NON PUÒ ESSERE TRATTATO COME UN NUMERO
La Pubblica amministrazione dispone di strumenti enormemente più forti rispetto al singolo cittadino.
Ha banche dati, uffici, procedure, personale, poteri di riscossione e strumenti giuridici.
Il cittadino, invece, spesso ha soltanto una PEC, una raccomandata, una domanda e la necessità di trovare qualcuno che gli spieghi cosa sta succedendo.
È proprio per questo che la trasparenza dovrebbe essere ancora più rigorosa.
Non basta dire: “devi pagare”.
Bisogna mettere il cittadino nelle condizioni di comprendere, verificare e, se necessario, contestare.
Il documento stesso indica la possibilità di chiedere la sospensione della riscossione qualora il contribuente ritenga che la somma non sia dovuta e prevede specifiche modalità di comunicazione.
Ma una procedura formalmente prevista non deve diventare una corsa contro il tempo nella quale il cittadino deve prima capire a chi rivolgersi e poi riuscire a ottenere una risposta.
IL POTERE NON PUÒ DIVENTARE INTIMIDAZIONE
Qui occorre essere chiari.
Non si mette in discussione il principio secondo cui i debiti tributari o contributivi eventualmente dovuti devono essere riscossi.
Si mette in discussione un'altra cosa: il modo in cui il cittadino percepisce l'esercizio del potere pubblico.
Una comunicazione che parla di cinque giorni e di possibile esecuzione forzata produce inevitabilmente una forte pressione psicologica.
Ed è proprio per questo che, insieme alla richiesta, dovrebbe esserci la massima chiarezza.
Non paura.
Informazione.
Non silenzio.
Risposte.
Non un rimpallo tra uffici.
Responsabilità.
Il cittadino non deve sentirsi davanti a un sistema nel quale chi occupa una posizione di potere può parlare, ordinare e chiedere, mentre chi riceve la richiesta deve soltanto obbedire.
La Pubblica amministrazione è al servizio dei cittadini. Non il contrario.
E SE IL CITTADINO SCRIVE E NON RICEVE RISPOSTA?
Questa è forse la domanda più importante.
Se un cittadino invia una PEC, presenta una richiesta formale, chiede spiegazioni dettagliate e non riceve una risposta chiara, quale strada concreta deve seguire?
E quanto tempo deve aspettare?
E soprattutto: come può difendersi se il termine per il pagamento è di pochi giorni?
Non basta indicare un sito internet o un numero telefonico.
Occorre garantire un percorso facilmente comprensibile e concretamente accessibile, soprattutto quando sono in gioco somme di denaro e possibili procedure esecutive.
Nel documento esaminato viene indicato anche il numero 060101 e vengono illustrate diverse possibilità, tra cui rateizzazione, sospensione e comunicazioni attraverso i servizi dell’Agenzia.
Ma il vero parametro dovrebbe essere un altro:
il cittadino riesce davvero a ottenere una risposta precisa alla propria domanda?
Se la risposta è sì, il sistema funziona.
Se la risposta è no, bisogna avere il coraggio di correggerlo.
CHI FIRMA DEVE RISPONDERE
Nel documento compare anche l’indicazione del responsabile del procedimento di emissione e notifica dell’avviso, identificato come Piergiorgio Ridella.
È un elemento importante perché introduce un principio fondamentale: quando un'amministrazione identifica un responsabile di procedimento, il cittadino deve poter comprendere il percorso amministrativo e sapere dove indirizzare le proprie richieste.
Non significa mettere una persona alla gogna.
Significa rendere effettivo il principio di responsabilità amministrativa.
Perché una cosa è certa: un cittadino comune non può avere la stessa forza dell'apparato pubblico.
Se nasce un problema tra un cittadino e un ente, il sistema deve offrire strumenti semplici, comprensibili e realmente utilizzabili per risolverlo.
Altrimenti il rapporto diventa squilibrato: da una parte il potere, dall'altra la paura.
È ORA DI CAMBIARE ATTEGGIAMENTO
La riscossione è necessaria.
Il rispetto delle regole è necessario.
Il pagamento dei debiti effettivamente dovuti è necessario.
Ma è altrettanto necessario il rispetto del cittadino.
Chi riceve una richiesta di pagamento non deve essere considerato automaticamente un evasore, un furbo o qualcuno che deve soltanto pagare e tacere.
È una persona che ha il diritto di sapere.
E quando domanda spiegazioni, deve riceverle.
Perché lo Stato è forte quando fa rispettare le proprie regole, ma è ancora più forte quando sa spiegare con chiarezza perché le applica.
La stagione del “devi pagare e poi vediamo” non può diventare la normalità.
Cinque giorni possono essere sufficienti per effettuare un pagamento.
Non possono diventare cinque giorni per impedire al cittadino di capire.
Il potere pubblico non deve essere usato per mettere paura.
Deve essere usato per garantire regole, trasparenza, legalità e giustizia.
E quando un cittadino chiede semplicemente “perché devo pagare?”, la risposta non può essere un rimbalzo da un ufficio all’altro.
Deve esserci una risposta.
Chi chiede deve spiegare. Chi decide deve assumersi la responsabilità. E chi paga deve poter sapere esattamente per che cosa sta pagando.
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