Dalla conquista dei territori alla conquista degli spettatori: la nuova forza culturale della Turchia
Le fiction turche trasformano storia, tradizione e paesaggi in un potente strumento di diplomazia culturale, conquistando pubblico in Europa, Medio Oriente e America Latina.

ROMA- Le ho scoperte quasi per caso, soltanto poche settimane fa. E all’inizio le ho guardate con una curiosità abbastanza divertita: amori impossibili, coincidenze ancora più impossibili, famiglie ricchissime, ville affacciate sul Bosforo, donne bellissime, uomini altrettanto belli. Una versione contemporanea, molto ben confezionata, della vecchia telenovela.
Poi, continuando a guardarle, qualcosa ha cominciato a incuriosirmi più delle vicende sentimentali dei protagonisti.
Perché dietro quelle storie interminabili emerge un altro racconto: quello che la Turchia fa di se stessa e, soprattutto, l’immagine che riesce a portare ogni giorno nelle case di milioni di persone nel mondo.
A quel punto la domanda è diventata quasi inevitabile: e se quelle serie apparentemente leggere raccontassero qualcosa della Turchia contemporanea che spesso sfugge alla cronaca politica? C’è infatti un contrasto difficile da ignorare.
La Turchia che incontriamo abitualmente nell’informazione internazionale degli ultimi anni è soprattutto quella di Recep Tayyip Erdoğan, dell’AKP, del rapporto sempre più complesso tra Islam e laicità, delle discussioni sulle libertà, della religione tornata ad avere uno spazio importante nella vita pubblica.
Poi si accende una serie televisiva e sembra di essere arrivati in un altro Paese.
Istanbul è moderna, cosmopolita, spesso molto ricca. Le donne lavorano, dirigono aziende, vivono sole, si innamorano, si separano, divorziano. Nelle produzioni sentimentali e urbane il velo è spesso quasi inesistente. Si beve vino, si frequentano locali, le relazioni familiari e sentimentali potrebbero svolgersi a Roma, Madrid o Parigi.
Naturalmente anche questa è una rappresentazione. La Turchia delle serie non è tutta la Turchia, esattamente come non lo è quella raccontata quotidianamente dalla politica.
Ma è proprio qui che il fenomeno diventa interessante.
Gli studiosi che hanno analizzato il successo delle produzioni turche nel mondo arabo hanno utilizzato un’espressione particolarmente efficace: “modernità accessibile”.
Una modernità sufficientemente occidentale da essere desiderabile, ma sufficientemente vicina culturalmente da non apparire estranea.
Ed è probabilmente uno dei segreti dell’enorme successo delle serie turche nelle società arabe e musulmane.
Il messaggio implicito non è: per diventare moderni bisogna diventare occidentali. È qualcosa di molto più sottile: si può appartenere a una società musulmana ed essere contemporaneamente moderni, urbani, benestanti e cosmopoliti.
Un messaggio che nessuna campagna di comunicazione istituzionale riuscirebbe probabilmente a trasmettere con la stessa efficacia.
Quello che era cominciato come un successo regionale è diventato nel frattempo un’industria mondiale.
Le produzioni turche arrivano ormai in quasi 170 Paesi. Secondo le autorità di Ankara, raggiungono circa un miliardo di spettatori abituali e le esportazioni del settore hanno superato il miliardo di dollari.
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