DOPO FRANCIA E SVIZZERA, ANCHE UN’AZIENDA ITALIANA SI SFILA DAL PROGETTO DELLA FUNIVIA A GERUSALEMME EST
Il ritiro della società ROPES porta a cinque il numero delle aziende straniere uscite dal progetto contestato. Al centro delle polemiche gli effetti sui diritti dei palestinesi e sul patrimonio storico della città.

LONDRA- Si allunga la lista delle società straniere che si sono sfilate dal controverso progetto israeliano della funivia a Gerusalemme Est, territorio palestinese occupato. Anche l’italiana ROPES, società di consulenza ingegneristica specializzata nei sistemi a fune, ha rinunciato a partecipare all’iniziativa, portando a cinque il numero delle aziende straniere che si sono ritirate dal progetto.
Secondo quanto riportato dal quotidiano britannico The Guardian , la Jerusalem Development Authority aveva manifestato a settembre l’intenzione di affidare a ROPES un incarico di consulenza tecnica. L’amministratore delegato della società, Stephan Obexer, ha spiegato che la decisione è legata ad altri impegni professionali in India. Non risultano, quindi, dichiarazioni della società che riconducano direttamente il ritiro a motivazioni politiche.
UNA FUNIVIA DA 200 MILIONI DI SHEKEL
Approvato dalle autorità israeliane nel 2019, il progetto prevede la realizzazione di una linea funiviaria di circa 1,4 chilometri, destinata a collegare l’area della First Station, nella parte occidentale di Gerusalemme, con la zona della Città Vecchia, fino all’area della Porta dei Letamai e al complesso turistico di Kedem, a Silwan.
L’investimento stimato è di circa 200 milioni di shekel israeliani. La capacità prevista è di circa 3.000 visitatori all’ora. Secondo le autorità israeliane, l’infrastruttura dovrebbe agevolare gli spostamenti dei turisti e migliorare l’accessibilità dei luoghi di interesse storico e religioso.
Il tracciato, tuttavia, attraverserebbe Silwan, quartiere palestinese di Gerusalemme Est, alimentando le contestazioni legate all’impatto dell’opera sulle abitazioni, sulla proprietà privata e sul tessuto storico della zona.
I TIMORI PER LE ABITAZIONI PALESTINESI
Le organizzazioni per i diritti umani hanno sollevato preoccupazioni per le possibili conseguenze del progetto sui residenti palestinesi. Secondo le stime citate nel dibattito pubblico, almeno 54 abitazioni potrebbero essere interessate da procedure di esproprio o da limitazioni dei diritti di proprietà.
Anche Emek Shaveh, organizzazione israeliana impegnata nella tutela del patrimonio culturale, ha contestato le conseguenze urbanistiche e culturali dell’intervento, richiamando l’attenzione sulle procedure di esproprio che interesserebbero un’area di circa 10.000 metri quadrati.
I critici sostengono che la funivia rischi di alterare il paesaggio storico della Città Vecchia e di Silwan, incidendo sulla vita quotidiana dei residenti e rafforzando il ruolo delle organizzazioni israeliane impegnate nello sviluppo turistico dell’area. Le autorità israeliane, invece, difendono il progetto sottolineandone i potenziali benefici per la mobilità e il turismo.
CINQUE SOCIETÀ STRANIERE FUORI DAL PROGETTO
Il ritiro di ROPES si aggiunge a quelli di altre aziende straniere, tra cui le francesi SAFEGE e CNA e la svizzera Histec Engineering. Le vicende delle società coinvolte si sono sviluppate in fasi differenti e non tutte hanno indicato le stesse motivazioni per la propria uscita.
La questione si inserisce nel più ampio contesto dello status giuridico di Gerusalemme Est, occupata da Israele nel 1967 e successivamente annessa unilateralmente. L’annessione non è riconosciuta dalla maggior parte della comunità internazionale, che considera Gerusalemme Est territorio palestinese occupato.
La funivia continua dunque a dividere sostenitori e oppositori: da una parte, le autorità israeliane ne rivendicano l’utilità turistica e infrastrutturale; dall’altra, associazioni e organizzazioni per i diritti umani denunciano i possibili effetti sui palestinesi e sul patrimonio storico. Dopo le uscite di società francesi e svizzere, anche quella italiana si è sfilata, portando a cinque il numero delle aziende straniere che hanno abbandonato il progetto.
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