MA IN CHE DIREZIONE STA ANDANDO IL MONDO? NEL 2026, LA LIBERTÀ È ANCORA SOTTO PROCESSO
Dalla pena di morte alle contraddizioni del potere: quando la religione diventa uno strumento di controllo, la dignità umana rischia di essere la prima vittima.

ROMA-Siamo nel 2026. L’intelligenza artificiale avanza, la scienza raggiunge traguardi straordinari e l’umanità parla continuamente di diritti, libertà, progresso e civiltà. Eppure, in alcune parti del mondo, la vita umana continua a essere sacrificata in nome di leggi che sollevano interrogativi profondi sulla giustizia, sulla libertà individuale e sul rispetto della persona.
La notizia dell’esecuzione, annunciata dalle autorità saudite, di due cittadini del Bangladesh condannati per un presunto atto sessuale all’interno di una moschea nella città santa della Mecca riporta al centro una domanda scomoda: quale idea di giustizia può considerare la morte una risposta adeguata a una condotta di questo tipo?
La gravità di un comportamento, soprattutto quando avviene in un luogo considerato sacro, può essere valutata secondo le leggi e le sensibilità di una società. Ma una cosa è stabilire regole e sanzioni, un’altra è arrivare alla privazione definitiva della vita. La pena di morte non può essere sottratta al giudizio critico soltanto perché viene giustificata attraverso una tradizione religiosa o un ordinamento nazionale.
Il problema non riguarda la fede islamica in quanto tale, né milioni di persone che la vivono pacificamente. Riguarda il potere di chi interpreta le norme, le trasforma in strumenti di repressione e pretende di stabilire ogni confine della libertà individuale. La religione, quando diventa un’imposizione esercitata attraverso la paura, rischia di perdere la propria dimensione spirituale e di trasformarsi in un mezzo di controllo.
C’è poi una contraddizione che merita di essere denunciata. In contesti internazionali esclusivi, tra ville private, feste riservate e ambienti di lusso, alcuni individui provenienti da società fortemente conservatrici possono adottare comportamenti molto diversi da quelli pubblicamente richiesti nei loro Paesi. Non si può generalizzare né attribuire a un’intera popolazione le scelte di singoli individui. Ma quando il rigore morale viene imposto ai cittadini mentre chi detiene privilegi può vivere secondo regole differenti, la questione diventa politica e sociale: la legge è davvero uguale per tutti oppure esistono una morale per il popolo e una libertà per chi comanda?
Il controllo sui comportamenti privati, la limitazione dei diritti delle donne e la repressione del dissenso non diventano accettabili soltanto perché vengono presentati come difesa della tradizione. Le donne non sono proprietà di uno Stato, di una famiglia o di un’autorità religiosa. Sono persone titolari di diritti, libertà e dignità. E nessuna cultura può essere usata come giustificazione automatica per negare loro l’uguaglianza.
Il mondo non può definirsi moderno soltanto perché costruisce grattacieli, organizza eventi spettacolari o investe miliardi nelle tecnologie. La vera modernità si misura da come vengono trattati gli esseri umani, soprattutto quelli che hanno meno potere, meno protezione e meno possibilità di difendersi.
Nel 2026, la domanda non è se una società abbia il diritto di conservare le proprie tradizioni. La domanda è fino a che punto una tradizione possa prevalere sui diritti fondamentali della persona.
Se il progresso tecnologico corre e quello civile arretra, non siamo davanti a una vera evoluzione. Siamo davanti a una contraddizione che riguarda tutti.
La giustizia non dovrebbe mai diventare vendetta, la fede non dovrebbe diventare paura e la legge non dovrebbe trasformarsi in uno strumento per proteggere il potere. Perché una società non dimostra la propria grandezza quando punisce con maggiore durezza, ma quando sa difendere la dignità umana senza eccezioni e senza doppi standard.
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