MILANO, PROTESTARE È UN DIRITTO, DEVASTARE LA CITTÀ È UN REATO: LA VIOLENZA NON PUÒ ESSERE GIUSTIFICATA
Perché manifestare è un diritto. Distruggere non lo è. E nessuna battaglia politica può trasformare la violenza in una forma legittima di protesta.

MILANO – Manifestare è un diritto fondamentale in una democrazia. Ma distruggere vetrine, danneggiare negozi, lanciare oggetti contro le forze dell’ordine e mettere a rischio l’incolumità delle persone non ha nulla a che vedere con il legittimo esercizio della libertà di protesta. Quando una manifestazione si trasforma in vandalismo e violenza, il confine tra dissenso civile e illegalità viene superato.
Le tensioni registrate a Milano riaprono una questione che non può più essere affrontata con ambiguità: fino a che punto si può tollerare che una protesta diventi occasione per devastare strade, aggredire chi garantisce la sicurezza e colpire attività commerciali che non hanno alcuna responsabilità nelle decisioni politiche contestate?
Il diritto di manifestare non è in discussione. In una società libera, cittadini, lavoratori e giovani devono poter esprimere le proprie idee, criticare il governo e contestare le scelte delle istituzioni. Anche i cori contro Giorgia Meloni e Matteo Salvini rientrano, nei limiti previsti dalla legge, nella libertà di espressione politica. Il problema non è ciò che si contesta, ma il modo in cui lo si fa quando la protesta sfocia nella violenza.
La piazza non può diventare una zona franca. Non esiste alcuna giustificazione politica o sociale per chi distrugge beni pubblici e privati, saccheggia negozi o mette in pericolo altre persone. A pagare il prezzo di questi comportamenti sono spesso commercianti, dipendenti e famiglie, cittadini che lavorano ogni giorno e che si ritrovano a subire danni senza aver commesso alcuna colpa.
Ancora più grave sarebbe confondere chi manifesta pacificamente con chi cerca deliberatamente lo scontro. Le forze dell’ordine hanno il compito di garantire la sicurezza e intervenire contro i comportamenti illegali, nel rispetto della legge, dei diritti fondamentali e del principio di proporzionalità. Chi commette reati deve risponderne individualmente: non è accettabile né criminalizzare un intero corteo né lasciare impuniti gli autori delle violenze.
La libertà non può essere invocata soltanto quando conviene. Vale per chi protesta, ma anche per chi vuole lavorare, aprire il proprio negozio, circolare liberamente e vivere nella propria città senza paura. Una democrazia si misura anche dalla capacità di proteggere questi diritti, senza cedere né alle provocazioni né agli eccessi.
Naturalmente, le ragioni del malcontento sociale devono essere ascoltate. Il caro vita, le difficoltà economiche, il lavoro precario e l’incertezza sul futuro meritano risposte concrete da parte della politica. Ma trasformare queste difficoltà in un pretesto per devastare una città significa danneggiare proprio quei cittadini in nome dei quali si sostiene di protestare.
Quando il dissenso diventa distruzione, la protesta perde la sua forza civile e lascia spazio alla violenza. Non è più una questione di destra o di sinistra, di governo o di opposizione. È una questione di rispetto delle regole, responsabilità individuale e convivenza democratica.
Milano, come qualsiasi altra città, ha diritto a essere rispettata. Chi vuole contestare il governo lo faccia nelle piazze, con le parole, con le idee e con la partecipazione civile. Chi invece sceglie il vandalismo deve assumersi le proprie responsabilità.
Perché manifestare è un diritto. Distruggere non lo è. E nessuna battaglia politica può trasformare la violenza in una forma legittima di protesta.
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