SALIS DIFENDE I FERMATI, MA CHI DIFENDE I CITTADINI? LA DEMOCRAZIA NON È UN ALIBI PER DEVASTARE
Difendere i diritti dei fermati è un principio irrinunciabile. Ma la democrazia non può dimenticare le vittime della violenza: manifestare è un diritto, distruggere i beni altrui no.

ROMA- Le parole di Ilaria Salis, eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, sui giovani fermati dopo gli episodi di violenza a Milano riaprono una questione centrale nel dibattito pubblico: dove finisce il diritto al dissenso e dove comincia la responsabilità individuale?
Salis ha espresso preoccupazione per la situazione delle persone fermate, tra cui numerosi minorenni con background migratorio, richiamando il rispetto dei diritti fondamentali e il principio secondo cui l’Italia è uno Stato di diritto, non uno Stato di polizia. Un richiamo legittimo sul piano democratico e giuridico. Ma il dibattito non può fermarsi qui.
Perché accanto ai diritti di chi viene fermato ci sono quelli di chi subisce le conseguenze della violenza. Automobili danneggiate, vetrine infrante, attività commerciali colpite e beni incendiati non sono dettagli marginali di una manifestazione. Sono danni che ricadono su cittadini, famiglie, lavoratori e commercianti estranei alle ragioni della protesta.
La domanda, dunque, è politica prima ancora che retorica: con quale messaggio ci si rivolge ai giovani se si insiste sulla tutela dei loro diritti senza ribadire con la stessa chiarezza l'inaccettabilità della violenza?
Nessuno contesta il diritto di manifestare contro il governo, denunciare ingiustizie o chiedere un cambiamento. Il dissenso è parte integrante della democrazia. Ma non può diventare un alibi per giustificare comportamenti che danneggiano gli altri. La protesta pacifica merita ascolto; gli eventuali reati devono essere accertati dalla magistratura e perseguiti secondo la legge.
È proprio questo il punto: garantismo e responsabilità non sono principi contrapposti. Si può chiedere il pieno rispetto dei diritti delle persone fermate e, contemporaneamente, condannare senza ambiguità chi ha commesso atti di violenza. Non occorre scegliere tra legalità e garanzie, perché uno Stato democratico deve assicurare entrambe.
Il rischio di una narrazione a senso unico è quello di alimentare una contrapposizione sterile: da una parte i manifestanti, dall'altra le istituzioni, mentre restano sullo sfondo le persone che pagano materialmente il prezzo delle devastazioni.
La vera prova di coerenza politica sta nella capacità di condannare ogni abuso, indipendentemente da chi lo commette e dalle ragioni che dichiara di sostenere. Anche chi protesta contro il governo deve riconoscere i limiti imposti dalla legge.
La democrazia non si difende soltanto tutelando chi manifesta, ma anche proteggendo chi lavora, chi rispetta le regole e chi non vuole vedere distrutti i propri beni.
Perché una cosa deve essere chiara, soprattutto ai più giovani: il diritto di protestare è sacrosanto, ma non comprende il diritto di devastare. E su questo principio non dovrebbero esserci né ambiguità né distinzioni dettate dalla convenienza politica.

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