SPAGNA, CHI SONO I GIOVANI CHE SCELGONO L’ESERCITO: TRA VOCAZIONE, TECNOLOGIA E SENSO DEL DOVERE
Dalla Marina alle unità del Genio, le nuove generazioni militari spagnole raccontano un esercito profondamente trasformato. Ma mentre cresce l’incertezza internazionale, resta bassa la disponibilità dei cittadini a combattere per il proprio Paese. E gli esperti chiedono stipendi adeguati, migliori condizioni di servizio e una riforma del sistema della Difesa.

MADRID- In un’Europa alle prese con nuove tensioni geopolitiche e con il dibattito sul rafforzamento delle capacità militari, la Spagna si trova davanti a un paradosso: le Forze Armate sono diventate più professionali, tecnologiche e specializzate, ma una parte consistente della società continua a mostrarsi poco propensa a combattere per la difesa nazionale. Eppure, nelle accademie e nei centri di formazione militare, ci sono ancora giovani disposti a indossare l’uniforme, motivati dal desiderio di servire il Paese, dalla passione per la vita militare e dalla ricerca di un’esperienza professionale fuori dagli schemi tradizionali.
È il quadro delineato da un reportage pubblicato dal quotidiano spagnolo El Mundo, firmato da Rodrigo Terrasa, che ha visitato diverse strutture di formazione delle Forze Armate per conoscere i nuovi profili dei militari, le loro motivazioni e il modo in cui è cambiato il rapporto tra esercito e società.
Una disponibilità a combattere tra le più basse della NATO
Secondo una ricerca del Centro di Studi Geopolitici di Riga citata nell’articolo, la Spagna figurerebbe tra i nove Paesi della NATO con la più bassa percentuale di cittadini disposti a combattere in caso di guerra sul proprio territorio. Soltanto circa un terzo degli spagnoli dichiarerebbe di essere pronto a prendere parte volontariamente alla difesa nazionale. Il dato riportato è inferiore a quello di Francia e Regno Unito, entrambi al 42%, della Danimarca, al 47%, e della Grecia, al 63%. In cima alla graduatoria si troverebbe la Turchia, con l’88%, davanti ad Albania e Svezia.
Si tratta di percentuali che riflettono le risposte raccolte dalle indagini citate e non necessariamente il comportamento effettivo che si verificherebbe in una situazione di guerra.
Anche i dati storici del Centro di ricerca sociologica spagnolo, il CIS, mostrano una certa distanza tra la società e l’ipotesi della mobilitazione volontaria. Nel 2017, ultimo anno in cui il CIS ha realizzato una rilevazione specifica richiamata nel reportage, il 40% degli intervistati dichiarava che non avrebbe partecipato volontariamente alla difesa della Spagna in caso di attacco militare. Soltanto il 17% affermava che lo avrebbe fatto senza esitazioni.
Per Fernando Alejandre Martínez, generale in pensione ed ex capo di Stato maggiore della Difesa tra il 2017 e il 2020, questa distanza è legata anche a fattori culturali e storici. Molti spagnoli, secondo la sua analisi, non percepiscono una minaccia diretta e tendono a considerare il proprio territorio relativamente al riparo dai conflitti. Una percezione diversa da quella presente in Paesi come la Polonia, geograficamente più vicini alla guerra in Ucraina.
Dalla leva obbligatoria a un esercito professionale
La Spagna ha abolito il servizio militare obbligatorio nel 2001, completando il passaggio verso un modello fondato sul reclutamento professionale. Da allora le Forze Armate hanno progressivamente ridotto il peso del vecchio sistema di leva, puntando su personale specializzato, tecnologie avanzate e capacità operative anche al di fuori dei confini nazionali.
Il risultato è un’organizzazione nella quale convivono competenze militari tradizionali, informatica, elettronica, comunicazioni, logistica, manutenzione, navigazione e gestione dei sistemi d’arma. Non soltanto soldati addestrati al combattimento, dunque, ma professionisti chiamati a operare in settori tecnici complessi e in missioni che comprendono anche assistenza, soccorso e cooperazione internazionale.
Per osservare questa trasformazione, il reportage parte dalla Galizia, dalla Scuola di specialità della Stazione navale di A Graña, a Ferrol, uno dei principali centri di formazione della Marina spagnola.
A Graña, la vita quotidiana dei marinai
La scuola Esengra sorge in un complesso di circa 276.000 metri quadrati, in un’area che nel XVIII secolo ospitava il primo arsenale di Ferrol e che nel corso del tempo è stata destinata a diverse funzioni navali. All’inizio del nuovo trimestre scolastico sono presenti circa 380 allievi, un numero destinato a crescere con l’avvio dei successivi cicli di formazione e perfezionamento.
Tra loro ci sono giovani provenienti da diverse regioni spagnole, ma anche persone che hanno già maturato anni di esperienza professionale. Il loro percorso non è sempre lineare: alcuni arrivano dopo gli studi, altri dopo aver lavorato in alberghi, centri commerciali o attività private. Per molti, l’arruolamento rappresenta la possibilità di intraprendere una carriera diversa, acquisire competenze e vivere esperienze che difficilmente troverebbero in altri ambienti lavorativi.
È il caso di Brenda Alcántara, 40 anni, entrata nell’Esercito a 18 anni e oggi impegnata nella preparazione per diventare sottufficiale della Marina. Inizialmente non conosceva il mondo militare e stava per intraprendere gli studi in Giurisprudenza. Con il tempo, però, ha sviluppato una forte motivazione per il servizio.
«Non conoscevo affatto questo mondo, ma me ne sono innamorata», racconta nel reportage. Per Brenda, il lavoro svolto dai militari contribuisce alla sicurezza dei cittadini e alla possibilità, per le nuove generazioni, di crescere in un Paese libero e sicuro.
Anche Roberto, 24 anni, originario di Ferrol, è arrivato alla Marina dopo aver partecipato a un incontro di orientamento organizzato dall’Esercito nella sua scuola. Da bambino sognava di diventare vigile del fuoco, ma l’idea di viaggiare, conoscere il mondo e intraprendere una carriera diversa lo ha convinto a provare la strada militare.
Oggi sostiene che i militari siano ancora poco conosciuti dalla società. Secondo lui, l’immagine pubblica oscilla spesso tra due stereotipi: da una parte quella di persone impegnate esclusivamente a combattere, dall’altra quella di professionisti che trascorrono la vita viaggiando sulle navi. Una rappresentazione che, a suo giudizio, non restituisce la complessità del lavoro svolto.

Disciplina, competenze e spirito di squadra
Nelle scuole militari, la formazione comprende attività fisica, esercitazioni pratiche, simulazioni e addestramento tecnico. A Esengra, gli allievi imparano le basi della navigazione e della manovra delle imbarcazioni, utilizzando simulatori in grado di riprodurre scenari marittimi realistici. La preparazione comprende anche procedure da seguire in caso di blackout, emergenze e situazioni che richiedono un intervento coordinato.
Un ruolo importante è affidato alle specialità legate all’amministrazione e alla gestione dei servizi di bordo. Tra queste figura la ristorazione, un settore essenziale per garantire il benessere degli equipaggi durante le missioni in mare.
A circa sette chilometri da A Graña si trova la Scuola di specialità Antonio de Escaño, una delle principali strutture formative della Marina. Qui, secondo i dati riportati nell’articolo, sono presenti 834 allievi, dei quali 497 impegnati nella formazione iniziale e 337 in percorsi di perfezionamento.
Le attività didattiche riguardano energia e propulsione, elettronica e comunicazioni, sistemi tattici e d’arma, tecnologie dell’informazione. Nei laboratori gli allievi lavorano anche su sistemi complessi, tra cui un cannone navale Oto Melara da 76/62 millimetri, progettato in Italia e utilizzato da numerose marine militari nel mondo.
La formazione comprende inoltre simulazioni di incendi, soccorso e interventi di sicurezza a bordo. L’obiettivo è preparare personale capace di affrontare situazioni operative diverse, con competenze che vanno ben oltre l’uso delle armi.
La tradizione familiare e il richiamo dell’avventura
La scelta di entrare nelle Forze Armate è spesso influenzata anche dall’ambiente familiare. Sara Sánchez, 22 anni, proviene da una famiglia nella quale il servizio militare è una tradizione: suo padre e suo nonno hanno indossato l’uniforme. Anche Jorge Pol, 33 anni, originario di Ferrol, ha parenti nell’Esercito e nella Marina.
Non tutti, tuttavia, provengono da famiglie militari. Pedro Muñoz González, 26 anni, si è formato in chimica ed è cresciuto in un ambiente accademico. Dopo aver svolto attività di ricerca, ha deciso di intraprendere la carriera militare perché non sentiva quel percorso come la propria vocazione.
Oggi si forma presso l’Accademia degli Ingegneri dell’Esercito di Terra. Per lui, il servizio rappresenta un modo per mettersi alla prova, contribuire alla collettività e restituire al Paese ciò che ha ricevuto.
Il reportage racconta anche la storia di Juan García, 42 anni, che dopo un’esperienza nell’Esercito di Terra e una missione in Kosovo è passato alla Marina, dove si occupa di elettronica e manutenzione delle apparecchiature. Prima di arruolarsi aveva svolto diversi lavori, anche in ambito alberghiero e commerciale. Cercava una vita più dinamica e avventurosa e sostiene di aver trovato nell’ambiente militare le opportunità che desiderava.
Le motivazioni emergono con chiarezza: la vocazione, il senso di appartenenza, il desiderio di apprendere competenze tecniche e la possibilità di svolgere un’attività percepita come utile alla società.
Il servizio al Paese oltre le appartenenze politiche
Tra i militari intervistati c’è Guillermo Pérez, 35 anni, tenente di vascello. La sua posizione è netta: il giuramento di difendere la Spagna non dipende da chi occupa la carica di presidente del Governo.
«Ho promesso di difendere la Spagna, ma non mi interessa chi sia il presidente del Governo», afferma. Il compito di un militare, spiega, è proteggere i cittadini indipendentemente dalle loro opinioni politiche.
È un principio che si inserisce nel tema della neutralità politica delle Forze Armate, chiamate a operare al servizio dello Stato e delle istituzioni democratiche. Per gli intervistati, il patriottismo non è necessariamente un sentimento esclusivo dei militari: anche medici, vigili del fuoco e altri professionisti contribuiscono alla sicurezza e al benessere collettivo attraverso il proprio lavoro.
Il reportage sottolinea così un cambiamento importante: accanto all’immagine tradizionale del soldato-eroe, acquista peso quella del professionista impegnato nella prevenzione, nella gestione delle emergenze, nel soccorso e nelle missioni internazionali.
L’Accademia degli Ingegneri e la guerra tecnologica
Il viaggio prosegue a Hoyo de Manzanares, nei pressi di Madrid, dove ha sede l’Accademia degli Ingegneri dell’Esercito. La struttura ospita 447 allievi impegnati in percorsi di formazione, aggiornamento e perfezionamento.
Le esercitazioni comprendono attività di sminamento, individuazione di ordigni e ricerca di minacce esplosive. Gli allievi utilizzano rilevatori elettromagnetici e altre attrezzature specializzate, mentre alcune attività sono svolte con l’ausilio di cani addestrati.
Nella stessa area si trova il Centro internazionale di sminamento, dove vengono addestrati anche militari ucraini attraverso programmi che sfruttano le tecnologie e le competenze spagnole.
L’esperienza dimostra quanto le esigenze della difesa siano cambiate. Le Forze Armate necessitano di personale in grado di lavorare con sistemi elettronici, reti di comunicazione, tecnologie informatiche e strumenti di individuazione delle minacce. L’addestramento deve quindi evolvere continuamente, seguendo i cambiamenti degli scenari internazionali.
Mariano Casado, già presidente dell’Osservatorio della vita militare, avverte che la modernizzazione non può fermarsi. Le regole e i modelli organizzativi devono essere adeguati alle nuove esigenze, mentre occorre rendere la carriera militare più attrattiva e, soprattutto, creare condizioni capaci di trattenere il personale qualificato.
Carenza di personale e necessità di riforme
Secondo i dati citati nel reportage, il Ministero della Difesa spagnolo punta a raggiungere 127.500 militari in servizio attivo entro il 2029. L’organico attuale si attesterebbe intorno alle 117.000 unità. L’Osservatorio della vita militare segnala tuttavia un deficit strutturale di personale, stimato tra 13.000 e 23.000 militari.
La questione non riguarda soltanto il numero delle nuove reclute, ma anche la capacità di mantenere in servizio chi ha già acquisito esperienza. Formare un militare specializzato richiede tempo e risorse; perdere personale qualificato può quindi tradursi in un problema operativo ed economico.
Per Casado, migliorare l’immagine pubblica delle Forze Armate non basta. Occorre garantire stipendi adeguati, condizioni di lavoro dignitose e prospettive professionali credibili. L’adesione non può essere affidata esclusivamente a richiami patriottici o a considerazioni ideali: deve essere sostenuta da un sistema capace di riconoscere concretamente le responsabilità e i sacrifici richiesti.
La ricerca accademica citata nell’articolo, realizzata da Ramón Rueda-López, docente di Organizzazione aziendale presso l’Università nazionale di educazione a distanza (UNED), e Jaime Aja, docente di Sociologia all’Università di Cordova, individua proprio nella vocazione e nel significato attribuito al lavoro fattori centrali nella scelta militare. La stabilità economica e l’ideologia, secondo le conclusioni richiamate, avrebbero un peso meno determinante rispetto alla volontà di servire e alla passione per la professione.
Un esercito che cambia, una società ancora distante
Il quadro che emerge è quello di una Spagna nella quale le Forze Armate si sono trasformate profondamente, ma devono ancora colmare una distanza culturale con una parte della popolazione. I giovani che scelgono la divisa non corrispondono a un unico profilo: ci sono figli e nipoti di militari, laureati, tecnici, persone in cerca di nuove opportunità e candidati attratti dalla dimensione operativa del servizio.
Molti condividono valori come disciplina, spirito di squadra, sacrificio e responsabilità. Ma il loro impegno non elimina le difficoltà strutturali del sistema: carenza di personale, necessità di aggiornare le regole, concorrenza con altri settori del mercato del lavoro e bisogno di investimenti coerenti con le nuove sfide della sicurezza.
Il messaggio che attraversa il reportage è chiaro: la disponibilità a difendere un Paese non può essere misurata soltanto attraverso le dichiarazioni raccolte nei sondaggi, né può essere costruita unicamente attraverso appelli all’orgoglio nazionale. Servono fiducia nelle istituzioni, una conoscenza più realistica del lavoro militare e condizioni professionali adeguate.
Per i giovani intervistati, la scelta di servire la Spagna è soprattutto una decisione personale, fondata sulla convinzione di svolgere un’attività utile alla collettività. La sfida per le istituzioni sarà trasformare questa vocazione in una forza sostenibile nel tempo, capace di rispondere alle esigenze di una difesa moderna senza perdere il legame con la società democratica che è chiamata a proteggere.(elmundo)
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