BORSEGGIATORI, VITTIME E IL PARADOSSO DELLA GIUSTIZIA: CHI PAGA PER CHI VIENE DERUBATO?
Da Roma a Barcellona, da Parigi a Londra, passando per Napoli, Venezia e Firenze: il borseggio è diventato una piaga quotidiana. Ma quando a morire è chi avrebbe commesso uno scippo, improvvisamente compare una nuova domanda: chi deve pagare i danni?

ROMA- C'è qualcosa di profondamente sbagliato quando una persona esce di casa con il portafoglio, il telefono o i documenti e deve comportarsi come se stesse entrando in una zona di guerra.
Controllare la borsa ogni trenta secondi. Tenere il telefono stretto in mano. Guardarsi continuamente alle spalle. Evitare determinate stazioni, autobus, metropolitane e luoghi affollati.
Questa non è libertà.
Eppure, in molte grandi città europee, è diventata la quotidianità.
Roma, Barcellona, Londra, Parigi, Napoli, Venezia, Firenze: cambiano le lingue, cambiano le città, ma il problema è spesso lo stesso. Turisti e cittadini vengono derubati, perdono soldi, documenti, telefoni e oggetti personali. E troppo spesso hanno la sensazione che, dopo la denuncia, tutto finisca dentro un gigantesco meccanismo burocratico dal quale è difficile ottenere una risposta.
E allora arriva il paradosso
Un presunto borseggiatore muore dopo uno scippo. I familiari chiedono un risarcimento. Nell'esposto vengono ipotizzate responsabilità e possibili reati.
La magistratura dovrà stabilire che cosa sia realmente accaduto.
Ma intanto una domanda resta sul tavolo e nessuno dovrebbe avere paura di pronunciarla:
chi pensa alle vittime dei borseggiatori?
Chi risarcisce il pensionato al quale vengono portati via i soldi? Chi restituisce il telefono a uno studente? Chi paga i documenti persi da un turista straniero? Chi compensa una persona che, dopo essere stata derubata, deve spendere altri soldi per rifare passaporto, carte, biglietti e documenti?
E soprattutto: chi paga per il danno prodotto da chi delinque?
Perché c'è un rischio enorme: che il sistema finisca per occuparsi molto di più delle conseguenze che riguardano chi commette il reato che di quelle subite da chi lo ha denunciato.
Una giustizia che arriva troppo tardi è una giustizia che perde credibilità
Non basta dire che "la legge farà il suo corso".
La legge deve fare il suo corso, certamente.
Ma deve farlo anche per la vittima.
Uno Stato serio non può chiedere continuamente ai cittadini di denunciare e poi lasciarli con la sensazione che denunciare non serva a nulla.
Non può essere sufficiente arrestare qualcuno oggi se domani il problema ricomincia nello stesso posto.
Non può essere sufficiente contare i furti dopo che sono avvenuti.
Bisogna impedire che avvengano.
Il turista non deve essere considerato un bancomat ambulante
C'è poi un problema enorme per le città turistiche.
Milioni di persone arrivano in Europa per visitare monumenti, musei, piazze e città storiche. Portano denaro, carte di credito, telefoni e documenti.
Non possono diventare bersagli.
Una città che tollera livelli elevati di criminalità predatoria rischia di danneggiare anche la propria immagine internazionale.
Il turista derubato non ricorderà soltanto il Colosseo, il Louvre, la Sagrada Família o i canali di Venezia.
Ricorderà anche la paura.
E quella memoria viaggia.
Basta con l'idea che tutto sia inevitabile
La criminalità non è una calamità naturale.
Non è la pioggia.
Non è un terremoto.
Non è qualcosa contro cui possiamo semplicemente alzare le mani e dire: "È sempre stato così".
Se un fenomeno criminale si ripete continuamente, bisogna avere il coraggio di chiedersi se le strategie adottate siano davvero efficaci.
Servono più prevenzione, controlli intelligenti, collaborazione tra forze dell'ordine, autorità giudiziarie e amministrazioni locali, strumenti contro la recidiva e soprattutto tempi della giustizia che siano compatibili con la realtà.
Ma attenzione a un'altra deriva
La rabbia dei cittadini non può trasformarsi nella legge del più forte.
Se una persona muore durante una vicenda legata a un presunto reato, bisogna accertare i fatti, ricostruire la dinamica e stabilire le eventuali responsabilità.
Questo è lo Stato di diritto.
Ma lo Stato di diritto vale per tutti.
Vale per chi viene accusato. Vale per chi viene derubato. Vale per chi subisce un danno.
Non può esistere una giustizia a senso unico.
La vera domanda è una sola
Forse il problema non è soltanto stabilire chi debba pagare un risarcimento in una singola vicenda.
Il problema è capire perché milioni di persone debbano ancora pagare, ogni giorno, il prezzo dell'insicurezza.
Pagano con i soldi rubati.
Pagano con i documenti da rifare.
Pagano con il telefono perso.
Pagano con il tempo.
Pagano con la paura.
E qualche volta pagano anche con la perdita di fiducia nelle istituzioni.
È questo il vero fallimento che dovrebbe preoccuparci.
Perché una società nella quale il cittadino deve imparare a convivere con il borseggio come se fosse una normale tassa sulla vita quotidiana è una società che ha smesso di considerare la sicurezza un diritto.
E allora basta slogan.
Basta dire che "non si può fare nulla".
Basta aspettare il prossimo borseggio, la prossima denuncia, il prossimo video sui social e il prossimo caso destinato a riaccendere la polemica per qualche giorno.
La domanda non è soltanto chi deve pagare dopo un reato.
La domanda è: chi si assume finalmente la responsabilità di impedirlo prima?
Perché le vittime non possono essere sempre le ultime della fila.
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