MODA ITALIANA, TRA CRISI E CAMBIAMENTO: CHI DIFENDERÀ IL “MADE IN ITALY”?
capitale internazionale, ma radici italiane; innovazione globale, ma competenze italiane; produzione internazionale quando necessaria, ma una filiera nazionale forte e competitiva.

MILANO- Marchi storici che cambiano proprietà, aziende italiane acquisite da gruppi stranieri, produzione sempre più affidata a filiere internazionali. Dalla Toscana alla Lombardia, il sistema della moda italiano vive una trasformazione profonda. La domanda è inevitabile: dove sta andando la moda italiana?
La moda italiana continua a essere uno dei simboli più forti dell'identità economica e culturale del Paese. Ma dietro le passerelle, i grandi marchi e le vetrine delle capitali internazionali, esiste una realtà industriale che negli ultimi anni è diventata sempre più fragile.
Il dato sulla Toscana è emblematico. Secondo lo studio PwC realizzato per Confindustria Toscana Centro e Costa, nel settore della moda si registra la chiusura di circa un'azienda al giorno. Dal 2023 sono stati persi circa 4.000 posti di lavoro nella pelletteria e le imprese attive nel comparto risultano diminuite del 20% rispetto al 2019.
Non è soltanto una crisi temporanea. È una trasformazione strutturale.
QUANDO IL MARCHIO RESTA ITALIANO, MA LA PROPRIETÀ CAMBIA
Negli ultimi anni numerosi marchi italiani sono entrati nell'orbita di grandi gruppi internazionali. Il fenomeno non riguarda necessariamente la qualità del prodotto: spesso significa che il capitale, il controllo societario e le decisioni strategiche non sono più esclusivamente italiani.
Il caso del lusso internazionale dimostra quanto sia diventata complessa questa realtà. Il gruppo LVMH, ad esempio, ha acquisito nel tempo importanti marchi italiani come Fendi, Bulgari e Loro Piana e, contemporaneamente, mantiene una forte presenza produttiva in Italia. Il gruppo dichiara quasi 20 mila addetti diretti e indiretti nel nostro Paese e circa l'80% della propria supply chain concentrata in Italia.
Questo significa che proprietà straniera e produzione italiana non sono necessariamente incompatibili.
Ma il problema nasce quando la progressiva internazionalizzazione della proprietà si accompagna alla perdita della capacità produttiva nazionale, alla chiusura delle piccole imprese e alla dispersione delle competenze artigianali.
DAL LABORATORIO ITALIANO ALLA FILIERA GLOBALE
La moda contemporanea è ormai una filiera globale.
Una parte del design può essere italiana, il marchio italiano, il controllo creativo italiano, mentre tessuti, componenti e lavorazioni possono arrivare da diversi Paesi.
Pakistan, Tunisia, Egitto, Turchia, Cina, Corea e altri grandi poli manifatturieri sono diventati importanti protagonisti delle catene internazionali della produzione tessile e dell'abbigliamento.
Il punto non è demonizzare questi Paesi.
La competizione internazionale è una realtà e la produzione estera può essere perfettamente legittima.
La vera domanda è un'altra:
quanto della filiera deve rimanere in Italia affinché il valore economico, il lavoro qualificato e il patrimonio professionale del Made in Italy non vengano progressivamente perduti?
IL RISCHIO PIÙ GRANDE: PERDERE LE COMPETENZE
Il pericolo forse più grave non è soltanto la chiusura di una fabbrica.
È la scomparsa delle persone che sanno fare quel lavoro.
Un maestro pellettiere, un modellista, un sarto, un tecnico della calzatura, un esperto di tessuti o di lavorazioni artigianali rappresentano un patrimonio difficilmente ricostruibile.
Quando un laboratorio chiude e una generazione di giovani non entra più nel settore, si perde una parte della cultura industriale italiana.
Ed è proprio questo uno degli elementi che il sistema italiano deve proteggere.
Il MIMIT considera la filiera della moda una delle componenti più rappresentative del Made in Italy: nel 2023 il sistema dell'abbigliamento contava circa 407 mila imprese e 1,4 milioni di occupati, con un valore aggiunto di 66 miliardi di euro.
Numeri enormi, ma anche una responsabilità enorme.
LA CRISI NON È SOLO ECONOMICA
A pesare sono diversi fattori: aumento dei costi energetici e delle materie prime, difficoltà delle piccole imprese, frammentazione della filiera, carenza di competenze, pressione internazionale sui prezzi e difficoltà di accesso ai mercati.
Ma c'è anche un problema di modello industriale.
Per anni l'Italia ha costruito il proprio successo sulla capacità di trasformare la qualità artigianale in valore internazionale.
Oggi quel modello deve essere aggiornato.
Non basta più dire “Made in Italy”.
Bisogna poter dimostrare dove nasce il prodotto, chi lo realizza, in quali condizioni lavorano le persone, quali competenze vengono utilizzate e quanta parte del valore rimane sul territorio.
COSA PUÒ FARE L'ITALIA?
La prima risposta deve essere investire nella filiera italiana.
Servono incentivi mirati per mantenere la produzione nel territorio, sostenere le PMI, favorire il ricambio generazionale e rendere economicamente conveniente la formazione di nuovi artigiani e tecnici.
Il Governo ha già introdotto strumenti per sostenere il design e l'ideazione estetica: nel 2026 è previsto un credito d'imposta con una dotazione di 60 milioni di euro, pari al 10% delle spese ammissibili fino a 2 milioni per impresa.
Ma gli incentivi da soli non bastano.
Serve una strategia industriale.
TRACCIABILITÀ, QUALITÀ E TRASPARENZA
Un'altra parola chiave deve essere tracciabilità.
Il consumatore deve avere il diritto di sapere quanto del prodotto che acquista è realmente italiano.
Non per penalizzare la produzione internazionale, ma per rendere trasparente il valore del prodotto.
Il MIMIT ha indicato proprio nella tracciabilità e nella legalità lungo la catena produttiva alcuni degli strumenti necessari per rafforzare la reputazione della moda italiana nel mondo.
L'Italia, inoltre, ha iniziato ad applicare il nuovo sistema europeo delle Indicazioni Geografiche Protette anche ai prodotti artigianali e industriali non agricoli, offrendo nuove possibilità di tutela alle produzioni legate ai territori e alle loro competenze.
È una strada importante, ma deve essere accompagnata da controlli efficaci.
PROTEGGERE IL MARCHIO NON SIGNIFICA CHIUDERSI AL MONDO
La soluzione non può essere un ritorno al passato.
La moda italiana è diventata grande proprio perché ha saputo conquistare il mondo.
L'obiettivo non deve quindi essere impedire agli investitori stranieri di entrare nelle aziende italiane.
Il capitale internazionale può portare investimenti, tecnologia, mercati e occupazione.
La vera sfida è un'altra:
quando un'azienda italiana viene acquisita, come garantire che il patrimonio produttivo, le competenze e i posti di lavoro rimangano in Italia?
Questa dovrebbe essere una delle domande centrali della politica industriale.
IL FUTURO DELLA MODA ITALIANA
La moda italiana non è morta.
Al contrario, continua a essere una delle grandi eccellenze industriali del Paese e l'export resta un punto di forza. Ma la crisi della piccola e media impresa e la perdita di occupazione dimostrano che non è sufficiente vivere della forza del marchio.
Il futuro dipenderà dalla capacità di costruire un nuovo equilibrio:
capitale internazionale, ma radici italiane; innovazione globale, ma competenze italiane; produzione internazionale quando necessaria, ma una filiera nazionale forte e competitiva.
La domanda, dunque, non è soltanto “dove viene prodotto un vestito?”
La domanda più importante è:
“Dove rimangono il lavoro, le competenze, gli investimenti e il valore economico generato da quel vestito?”
Perché se un giorno l'Italia conserverà soltanto il nome dei suoi grandi marchi, mentre fabbriche, artigiani e competenze saranno altrove, il rischio sarà quello di avere ancora una grande moda italiana, ma non più una grande industria della moda italiana.
Ed è questa la sfida che il Made in Italy deve affrontare oggi.
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