25 ANNI DALL’11 SETTEMBRE: IL MONDO NON HA DIMENTICATO
Venticinque anni dopo gli attentati negli Stati Uniti, il bilancio di una tragedia che ha cambiato il mondo. La memoria delle vittime, il valore della democrazia e la responsabilità di non lasciare spazio all’estremismo.

ROMA- Ci sono immagini che non appartengono soltanto alla storia, ma alla memoria collettiva dell’umanità. Le torri del World Trade Center avvolte dal fumo, le persone in fuga, i soccorritori che corrono verso il pericolo, il silenzio irreale di una città ferita. L’11 settembre 2001 è una di quelle date che, anche dopo venticinque anni, continuano a parlare attraverso scene indimenticabili.
Gli attentati negli Stati Uniti provocarono la morte di quasi 3.000 persone e lasciarono un dolore profondo in migliaia di famiglie. Ma il loro impatto andò ben oltre il bilancio delle vittime. Quella giornata modificò gli equilibri internazionali, condizionò le politiche di sicurezza, alimentò guerre e tensioni e aprì una stagione nella quale il terrorismo divenne una delle principali minacce alla stabilità mondiale.
Il primo dovere, ancora oggi, è ricordare le vittime. Non come numeri, ma come persone: uomini e donne, genitori, figli, colleghi, cittadini di Paesi diversi, con storie, sogni e progetti che furono spezzati in pochi minuti. Il terrorismo colpisce proprio lì dove la vita dovrebbe essere più ordinaria: sul luogo di lavoro, su un aereo, in una strada, in uno spazio pubblico. Il suo obiettivo non è soltanto uccidere, ma diffondere paura, dividere le società e trasformare la convivenza in sospetto.
La democrazia non è perfetta, ma resta una conquista
Gli Stati Uniti, come ogni Paese, hanno contraddizioni, disuguaglianze e problemi irrisolti. Nessuna nazione del mondo è perfetta e nessuna società può considerarsi immune dagli errori. Ma riconoscere le imperfezioni di una democrazia non significa ignorare il valore delle opportunità che essa può offrire: la libertà di esprimersi, la possibilità di costruire un futuro, il diritto di partecipare alla vita pubblica e di cercare una vita migliore.
L’America ha rappresentato, per milioni di persone, un luogo di speranza, di lavoro, di studio e di rinascita. È un Paese che ha aperto le proprie porte a generazioni di immigrati, offrendo opportunità che hanno contribuito alla sua forza economica, culturale e sociale. Questo non cancella le sue responsabilità né le sue contraddizioni, ma ricorda una verità importante: le società aperte possono essere criticate, migliorate e riformate; non devono essere distrutte dall’odio.
Il terrorismo non ha una religione, ma sfrutta le fratture del mondo
A venticinque anni dall’11 settembre, il mondo continua a confrontarsi con gruppi estremisti che utilizzano la violenza in nome di ideologie totalitarie. In diverse aree del pianeta, anche a maggioranza musulmana, popolazioni intere hanno pagato un prezzo altissimo per le azioni di organizzazioni terroristiche. È importante distinguere con chiarezza: l’estremismo non rappresenta una religione, e il terrorismo non può essere attribuito a un’intera comunità o a un miliardo di persone.
Il problema riguarda quelle ideologie che trasformano la fede, la politica o l’identità in strumenti di fanatismo, rifiutando il dialogo e considerando il diverso un nemico. Quando un gruppo pianifica un attentato nei minimi dettagli, non siamo di fronte a una semplice reazione emotiva: siamo davanti a una scelta consapevole, a una visione del mondo nella quale la vita umana perde valore.
Ed è proprio questo il punto più inquietante. Non soltanto la capacità di organizzare la violenza, ma la convinzione che essa possa diventare uno strumento legittimo per imporre una propria idea. Una mentalità nella quale il buio dell’odio finisce per soffocare ogni possibilità di confronto.
Nel 2026, la pace resta un obiettivo incompiuto
Il mondo del 2026 è tecnologicamente più avanzato, più connesso e, sotto molti aspetti, più consapevole dei rischi globali. Eppure, guardando alle guerre, ai conflitti regionali, alla radicalizzazione e alla propaganda estremista, emerge una domanda dolorosa: abbiamo davvero imparato la lezione dell’11 settembre?
La risposta non può essere semplicemente negativa, perché molte società hanno sviluppato strumenti di prevenzione, cooperazione internazionale e contrasto al terrorismo. Ma non può nemmeno essere rassicurante. La sicurezza, da sola, non basta. Occorrono educazione, inclusione, istituzioni credibili, opportunità per i giovani e una cultura del dialogo capace di contrastare la propaganda dell’odio.
La lotta all’estremismo non deve trasformarsi in una guerra contro intere popolazioni, religioni o culture. Al contrario, deve rafforzare la collaborazione tra comunità, Stati e cittadini che condividono il rifiuto della violenza. La democrazia si difende anche evitando che il terrorismo riesca a imporre la propria logica: paura, divisione e disumanizzazione.
Una ferita che rimane nella vita umana
L’11 settembre non è soltanto l’anniversario di un attentato. È il ricordo di una giornata nella quale migliaia di vite furono cancellate e milioni di persone scoprirono quanto rapidamente il mondo potesse cambiare.
Il tempo può attenuare il dolore, ma non può restituire chi non c’è più. Per questo la memoria deve diventare responsabilità. Ricordare significa rifiutare ogni giustificazione della violenza contro i civili, difendere la dignità umana e continuare a credere che la pace sia possibile, anche quando sembra lontana.
L’ombra dell’11 settembre rimarrà nella storia e nella vita di tante persone. Ma il modo più giusto per onorare le vittime è impedire che quell’ombra diventi il futuro dell’umanità.
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