GIUSTIZIA, DAI TEST PSICOATTITUDINALI ALLE RESPONSABILITÀ DELLE TOGHE: QUALI GARANZIE PER IL CITTADINO?
Il via libera del Csm riapre il dibattito sulla selezione dei magistrati. Ma accanto ai controlli sull’accesso alla professione resta una domanda: quali strumenti ha un cittadino quando ritiene di aver subito un’ingiustizia?

ROMA – Il via libera del Consiglio superiore della magistratura ai test psicoattitudinali per l’accesso alla magistratura riaccende il dibattito sul funzionamento della giustizia italiana e sul delicato equilibrio tra indipendenza dei magistrati e responsabilità nell’esercizio delle loro funzioni.
La delibera approvata dal plenum del Csm riguarda l’accesso alla professione. Le valutazioni dovranno prendere in considerazione diversi aspetti, tra cui le dimensioni cognitiva, emotiva, relazionale, etico-valoriale e organizzativa. È prevista una fase di sperimentazione e le nuove valutazioni saranno inserite nel percorso del prossimo concorso. Sei consiglieri si sono astenuti.
Ma il tema posto dai cittadini è anche un altro. Che cosa succede quando una persona ritiene di essere stata danneggiata da un errore giudiziario, da un comportamento scorretto, da un ritardo ingiustificato o da una condotta non conforme ai doveri professionali di un magistrato?
La domanda non riguarda il diritto di criticare una sentenza semplicemente perché non corrisponde alle aspettative di una delle parti. In uno Stato di diritto esistono gradi di giudizio, strumenti di impugnazione e garanzie processuali proprio perché una decisione può essere contestata nelle sedi previste dalla legge.
Diverso è il caso in cui vengano ipotizzati comportamenti disciplinarmente rilevanti, violazioni dei doveri professionali o responsabilità derivanti dall'esercizio delle funzioni.
La normativa italiana stabilisce che il magistrato deve esercitare le proprie funzioni con imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo ed equilibrio. Il decreto legislativo n. 109 del 2006 disciplina inoltre gli illeciti disciplinari e le relative sanzioni. L’azione disciplinare può essere promossa dal ministro della Giustizia o dal procuratore generale presso la Corte di Cassazione.
Esiste inoltre la responsabilità civile disciplinata dalla legge n. 117 del 1988, modificata nel 2015. In determinate condizioni, chi ha subito un danno ingiusto derivante dall’attività giudiziaria può chiedere il risarcimento secondo le procedure previste dalla legge, in particolare nei casi di dolo o colpa grave. L'azione viene proposta nei confronti della Presidenza del Consiglio dei ministri e, in caso di accertamento della responsabilità, sono previsti meccanismi di rivalsa nei confronti del magistrato.
Questi strumenti, dunque, esistono. Ma la questione della fiducia dei cittadini nella giustizia non si esaurisce nella loro esistenza formale. Un sistema realmente comprensibile deve consentire a una persona di sapere con chiarezza a chi rivolgersi, quali presupposti siano necessari, quali siano i tempi della procedura e quale sia l'esito della verifica.
Ed è qui che emerge una questione più generale: come viene verificato il corretto funzionamento di un servizio pubblico quando chi ne usufruisce ritiene di non aver ricevuto una risposta adeguata?
La magistratura, come ogni istituzione dello Stato, svolge una funzione particolare e costituzionalmente protetta. L'indipendenza della funzione giudiziaria rappresenta una garanzia fondamentale per tutti e non può essere trasformata in una subordinazione della magistratura al potere politico o ad altri poteri.
Allo stesso tempo, indipendenza e responsabilità non sono necessariamente concetti contrapposti. La fiducia nelle istituzioni passa anche attraverso procedure di controllo trasparenti, verificabili e comprensibili.
Il problema riguarda inoltre non soltanto i magistrati, ma l'intera macchina della giustizia: tempi dei procedimenti, organizzazione degli uffici, personale amministrativo, cancellerie, comunicazione con gli utenti e possibilità di ottenere informazioni sullo stato delle pratiche.
Per il cittadino che attende una decisione o un atto giudiziario, infatti, spesso la giustizia non è soltanto la sentenza finale. È anche la possibilità di sapere chi sta gestendo la pratica, quali sono i tempi previsti, perché un procedimento subisce un ritardo e quali strumenti esistono per segnalare eventuali anomalie.
La vera sfida, quindi, non dovrebbe essere soltanto individuare i requisiti necessari per entrare nella magistratura, ma costruire un sistema nel quale sia altrettanto chiaro come vengono garantiti professionalità, correttezza, tempestività e responsabilità durante tutta la carriera.
Il cittadino deve poter avere fiducia che, davanti a un possibile errore, esista un percorso di verifica indipendente e concreto. E deve poter distinguere tra una decisione giudiziaria sfavorevole, che può essere legittimamente impugnata, e un eventuale comportamento disciplinarmente o civilmente rilevante.
Una democrazia non garantisce soltanto l'indipendenza di chi giudica. Deve garantire anche la possibilità per chi viene giudicato di conoscere i propri diritti, utilizzare gli strumenti di tutela previsti dalla legge e ottenere risposte comprensibili dalle istituzioni.
È su questo terreno che il dibattito sui test psicoattitudinali può diventare una riflessione più ampia: non soltanto su chi può diventare magistrato, ma su come assicurare, per tutta la durata dell'esercizio della funzione, professionalità, trasparenza, responsabilità e fiducia dei cittadini nella giustizia.
Questa versione distingue volutamente errore giudiziario, impugnazione, responsabilità civile e responsabilità disciplinare, perché sono strumenti giuridicamente diversi. Il Ministero della Giustizia conferma infatti l’esistenza di specifici meccanismi per responsabilità civile e disciplinare.
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