NAZIONALE, MANCINI BIS: LA VERA SFIDA È LASCIARE LAVORARE IL NUOVO CORSO
Malagò porta nella Federazione esperienza istituzionale, conoscenza dello sport italiano, relazioni internazionali e capacità di gestione,

ROMA – Roberto Mancini torna sulla panchina della Nazionale e con lui torna inevitabilmente una domanda: l’Italia è finalmente pronta a costruire oppure siamo ancora davanti all’ennesima ripartenza dettata dall’emergenza? La risposta non arriverà da una singola partita, ma dalla capacità della Federazione di dare continuità a un progetto.
In questo quadro, la figura di Giovanni Malagò assume un peso particolare. Eletto presidente della FIGC nel giugno 2026, con una lunga esperienza ai vertici dello sport italiano, Malagò ha scelto di imprimere una svolta dopo una fase caratterizzata da tensioni, cambi di programma e decisioni rapidamente riviste. La scelta di Mancini è arrivata dopo una trattativa complessa e dopo il fallimento di altre ipotesi, mentre Claudio Ranieri è stato chiamato come direttore tecnico FIGC e presidente del Club Italia.
Malagò porta nella Federazione esperienza istituzionale, conoscenza dello sport italiano, relazioni internazionali e capacità di gestione, elementi che possono essere importanti in una fase nella quale il problema non riguarda soltanto la Nazionale, ma l’intero sistema calcistico. La sua vera sfida, però, sarà trasformare questa esperienza in una visione di lungo periodo.
E qui arriva la domanda più importante: siamo disposti a lasciare lavorare questo nuovo gruppo?
Perché Mancini non può essere considerato contemporaneamente soluzione immediata e responsabile di ogni problema del calcio italiano. Il suo curriculum parla di un Europeo vinto nel 2021 e di due finali di Nations League raggiunte, ma anche della mancata qualificazione al Mondiale 2022 e dell’addio alla Nazionale nel 2023. Il tecnico ha riconosciuto pubblicamente l’errore di quella decisione.
La seconda esperienza dovrà quindi essere giudicata soprattutto sul lavoro. Non bastano il nome, il passato o il carisma. Servono idee, identità, giovani, organizzazione e soprattutto tempo.
Il primo esame sarà già molto duro. In Nations League l’Italia affronterà Belgio, Turchia e Francia, con sei partite tra settembre e novembre. Il calendario propone subito avversari di alto livello e offrirà indicazioni importanti sulla nuova Nazionale. Ma trasformare la Nations League in un referendum permanente sul commissario tecnico sarebbe un errore: il vero obiettivo deve essere ricostruire una squadra competitiva nel medio periodo.
La Federazione sembra aver iniziato a muoversi anche sul settore giovanile, con Gianfranco Zola inserito nel Club Italia per coordinare i progetti dedicati alle attività giovanili. Malagò ha inoltre indicato come priorità l’investimento sui giovani e una strategia di lungo periodo per rilanciare il calcio italiano.
È probabilmente questo il punto centrale. La Nazionale non può essere separata dal calcio italiano. Se nei club i giovani italiani giocano poco, se la formazione dei talenti non produce continuità e se ogni crisi porta a cambiare uomini e strategie, nessun commissario tecnico potrà compiere miracoli.
Per questo il nuovo corso Malagò-Mancini-Ranieri deve essere osservato nella sua complessità. Malagò deve garantire una direzione federale stabile; Ranieri può rappresentare il collegamento tecnico e organizzativo tra le diverse Nazionali; Mancini deve costruire una squadra riconoscibile e competitiva; il sistema dei club deve contribuire alla crescita dei calciatori italiani.
La domanda, allora, non è soltanto “Mancini sarà all’altezza?”. La domanda è anche: la Federazione, i club, i media e l’ambiente calcistico italiano saranno capaci di concedere al nuovo progetto lo spazio necessario per lavorare?
Dopo anni di delusioni, il calcio italiano ha bisogno di risultati, ma prima ancora di stabilità, responsabilità e programmazione. La scossa può essere arrivata. Adesso bisogna evitare che venga consumata in poche settimane di polemiche.
Perché il vero cambiamento non si misura dalla presentazione di un nuovo commissario tecnico. Si misura dalla capacità di costruire qualcosa che continui a funzionare anche quando il risultato di una partita non arriva.
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