Parkinson, in Italia 300mila persone convivono con la malattia: crescono i casi e l’allarme per le diagnosi precoci
È la seconda malattia neurodegenerativa più diffusa dopo l’Alzheimer. Gli esperti: attenzione ai primi segnali e no alle false promesse sulle cellule staminali

ROMA – Sono circa 300mila le persone che in Italia convivono con la malattia di Parkinson, una patologia neurodegenerativa che continua a rappresentare una delle principali sfide per la medicina e per il sistema sanitario. A livello mondiale i pazienti sono già oltre dieci milioni e le proiezioni indicano una crescita molto significativa nei prossimi decenni.
Secondo le stime più recenti, entro il 2050 il numero globale delle persone con Parkinson potrebbe aumentare del 112%, raggiungendo circa 25,2 milioni di casi. Un incremento legato soprattutto all’invecchiamento della popolazione, ma che porta con sé anche una maggiore attenzione verso le forme che compaiono in età più giovane.
La malattia, infatti, non riguarda esclusivamente gli anziani. Gli specialisti sottolineano che circa il 10% delle diagnosi arriva prima dei 50 anni, mentre una percentuale più contenuta sviluppa la patologia ancora prima. Si tratta di una condizione particolarmente delicata perché può colpire persone ancora impegnate nel lavoro, nella vita familiare e sociale, modificando profondamente le abitudini quotidiane.
Una malattia diversa da paziente a paziente
Il Parkinson non presenta necessariamente lo stesso andamento in tutte le persone. La malattia può manifestarsi con sintomi differenti e seguire traiettorie evolutive diverse. Per questo motivo, spiegano gli specialisti della Società Italiana Parkinson e disordini del movimento Limpe-Dismov, anche l'assistenza deve essere sempre più personalizzata.
Età di esordio, caratteristiche individuali, genere e fase della malattia possono determinare bisogni molto diversi. Non esiste quindi un unico percorso valido per tutti i pazienti: diagnosi, trattamento, riabilitazione e assistenza devono essere adattati alla situazione della singola persona.
A riportare il Parkinson al centro dell’attenzione pubblica è stata anche la recente intervista del senatore del Partito Democratico Dario Franceschini, che ha raccontato pubblicamente la propria esperienza con la malattia, diagnosticata nel 2020. La sua testimonianza ha contribuito ad accendere nuovamente i riflettori su una patologia spesso conosciuta soprattutto attraverso i suoi sintomi motori, ma che può coinvolgere molti altri aspetti della vita.
I segnali che non devono essere sottovalutati
Uno degli aspetti più importanti riguarda la capacità di riconoscere alcuni segnali che possono comparire anche prima dei disturbi motori più evidenti.
Tra gli indicatori ai quali prestare attenzione vengono indicati alterazioni del sonno, perdita dell’olfatto, stitichezza persistente, tremori, rigidità e rallentamento dei movimenti. Anche alcuni cambiamenti nella scrittura o nella voce possono rappresentare segnali da non trascurare.
In particolare, sogni particolarmente vividi e movimentati durante il sonno possono rappresentare un campanello d’allarme. Allo stesso modo, una significativa riduzione dell’olfatto o problemi intestinali persistenti possono comparire anche molto tempo prima dei sintomi più conosciuti.
La comparsa di tremore, rigidità o una maggiore lentezza nei movimenti quotidiani costituisce un altro elemento da valutare. Anche una scrittura che diventa progressivamente più piccola o una voce più debole possono meritare un approfondimento medico.
Naturalmente, la presenza di uno di questi sintomi non significa automaticamente avere il Parkinson. È il medico, eventualmente attraverso una valutazione specialistica, a stabilire se siano necessari ulteriori accertamenti.
Attività fisica e stile di vita
La prevenzione resta un tema centrale. Non esiste una strategia in grado di garantire che una persona non svilupperà la malattia, ma alcuni comportamenti possono contribuire alla salute generale e cerebrale.
Gli specialisti sottolineano l'importanza di svolgere regolarmente attività fisica, mantenere un'alimentazione equilibrata, proteggersi dall'esposizione a sostanze potenzialmente dannose e prestare attenzione alla qualità del sonno.
Anche la dieta mediterranea, caratterizzata dalla presenza di frutta, verdura e alimenti di qualità, viene considerata favorevole per il benessere generale e per la salute dell'organismo.
Fondamentale, inoltre, è non ignorare cambiamenti persistenti nelle proprie condizioni fisiche. Un confronto tempestivo con il medico può consentire di comprendere meglio l'origine dei sintomi e, quando necessario, arrivare più rapidamente a una diagnosi.
L'allarme sulle presunte cure con cellule staminali
Accanto alla ricerca scientifica cresce però anche il rischio di cadere nelle mani di chi propone presunte terapie miracolose.
La Limpe-Dismov ha lanciato un avvertimento in particolare sulle offerte che circolano sul web e sui social relative a trattamenti del Parkinson basati sulle cellule staminali.
Al momento, secondo la società scientifica, non esistono terapie con cellule staminali approvate dalle principali autorità regolatorie – Ema, Fda e Aifa – per il trattamento della malattia di Parkinson.
La ricerca sulle cellule staminali continua e alcuni risultati preliminari vengono considerati interessanti, ma la distanza tra sperimentazione scientifica e trattamento clinico validato rimane importante.
Il rischio è che pazienti e famiglie, spesso alla ricerca di una soluzione dopo una diagnosi difficile da accettare, possano essere attratti da offerte molto costose e prive delle necessarie garanzie scientifiche.
La sfida dei prossimi anni
Il progressivo aumento dell’aspettativa di vita rende il Parkinson una questione destinata ad assumere un peso ancora maggiore nei sistemi sanitari. L'aumento previsto dei casi entro il 2050 significa infatti non soltanto più pazienti, ma anche una crescente necessità di neurologi, strutture specializzate, riabilitazione, assistenza domiciliare e sostegno alle famiglie.
La sfida sarà quindi duplice: migliorare la diagnosi e i trattamenti, ma anche garantire ai pazienti una qualità di vita adeguata lungo tutto il percorso della malattia.
Il Parkinson non può essere affrontato soltanto attraverso la terapia farmacologica. Servono un approccio multidisciplinare, attività fisica, riabilitazione, supporto psicologico e una rete assistenziale capace di accompagnare il paziente e la sua famiglia.
La ricerca rappresenta la principale speranza per il futuro. Ma, mentre gli studi proseguono alla ricerca di nuove terapie, gli esperti invitano a mantenere alta l'attenzione sui sintomi, a rivolgersi ai professionisti sanitari e soprattutto a non affidarsi a cure non validate dalla comunità scientifica.
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