DAL POTERE ALLA GUERRA: SADDAM, GHEDDAFI E PUTIN E IL PREZZO PAGATO DAI POPOLI
Saddam Hussein, Muammar Gheddafi e Vladimir Putin rappresentano tre storie diverse, ma pongono lo stesso interrogativo: che cosa succede a un Paese quando il potere diventa più importante delle istituzioni, della società e del futuro delle nuove generazioni?

ROMA- La storia contemporanea ci ha consegnato tre figure estremamente diverse per ideologia, epoca e contesto: Saddam Hussein in Iraq, Muammar Gheddafi in Libia e Vladimir Putin in Russia.
Due sono morti violentemente dopo essere stati rovesciati. Il terzo continua a guidare una delle maggiori potenze mondiali e sta portando la Russia dentro una guerra che, dopo anni, non sembra ancora trovare una soluzione politica.
Il confronto, però, deve essere fatto con attenzione. Non significa dire che Saddam, Gheddafi e Putin siano identici. Non lo sono. Significa osservare un meccanismo politico che può ripetersi: la concentrazione del potere, l'indebolimento delle istituzioni, la trasformazione del leader in simbolo dello Stato e, infine, l'incapacità di trovare una soluzione quando il sistema entra in crisi.
Saddam e Gheddafi: caduto l'uomo, non sono caduti i problemi
Saddam Hussein è stato rovesciato nel 2003 e giustiziato nel 2006. L'intervento militare che aveva l'obiettivo di eliminare il regime e costruire un nuovo Iraq non produsse automaticamente democrazia, sicurezza e benessere.
L'Iraq successivo a Saddam ha continuato a confrontarsi con instabilità, debolezza istituzionale e corruzione.
La lezione è importante: eliminare un uomo non significa eliminare il sistema che quell'uomo ha contribuito a costruire.
Lo stesso problema è apparso in Libia.
Muammar Gheddafi governò il Paese per oltre quarant'anni. Nel 2011 fu rovesciato e ucciso. L'intervento internazionale contribuì alla caduta del regime, ma dopo la sua morte la Libia non trovò una vera stabilità politica.
Il Paese si è progressivamente diviso tra istituzioni rivali, gruppi armati e poteri sostenuti da attori stranieri. Ancora oggi la Libia rimane politicamente e territorialmente frammentata. Ed è qui che emerge una delle grandi contraddizioni della politica internazionale:
si può vincere una guerra contro un leader senza riuscire a vincere la pace per il Paese.
Putin e la trappola del potere lungo
La Russia di Putin appartiene a un'altra categoria storica.
Putin non è stato rovesciato e non è Saddam. La Russia è una potenza nucleare, con una struttura statale molto più complessa e con un peso internazionale enormemente diverso da quello dell'Iraq di Saddam o della Libia di Gheddafi.
Ma esiste una domanda che diventa sempre più difficile da ignorare:
quanto può durare una guerra quando la soluzione politica appare più difficile della continuazione della guerra stessa?
Nel settembre 2026 il conflitto russo-ucraino è entrato nel suo quinto anno e gli attacchi continuano. Solo negli ultimi giorni sono stati registrati nuovi pesanti attacchi russi contro città ucraine, mentre anche l'Ucraina ha intensificato gli attacchi con droni all'interno del territorio russo.
Il rischio più grande per l'Europa non è necessariamente che domani inizi una guerra convenzionale tra Russia e Paesi NATO.
Il rischio è qualcosa di più progressivo: che il confine della guerra diventi sempre meno definito.
Attacchi con droni, sabotaggi, cyberattacchi, infrastrutture energetiche, aeroporti, comunicazioni e minacce reciproche possono trasformare un conflitto regionale in una crisi di sicurezza europea più ampia. Le autorità europee stanno già discutendo di una crescente attività russa di tipo ibrido.
Il vero problema: quando il leader diventa più importante dello Stato
Ed eccoci al punto centrale.
In una democrazia sana il presidente passa, il governo passa, il partito passa. Lo Stato rimane.
Quando invece il potere si concentra eccessivamente intorno a una persona, il destino dello Stato può cominciare a dipendere dal destino di quell'uomo.
È una dinamica pericolosa.
Il leader diventa il volto della patria.
Chi lo sostiene interpreta ogni critica come un attacco al Paese.
Chi lo critica viene accusato di essere contro la nazione.
E la società si divide.
È qui che possiamo capire anche la tua metafora della squadra di calcio.
Quando ami una squadra, spesso non vuoi vedere i suoi problemi.
Se perde, cerchi una giustificazione.
Se il giocatore sbaglia, difendi il giocatore.
Se l'allenatore sbaglia, dai la colpa all'arbitro.
Se la società è in crisi, dici che è colpa degli altri.
Ma uno Stato non è una squadra di calcio.
La politica non dovrebbe essere una fede.
Un cittadino non dovrebbe chiedersi soltanto: "Con chi sto?"
Dovrebbe chiedersi:
"Il mio Paese sta meglio o sta peggio?"
Il portafoglio del potere e il portafoglio delle famiglie
C'è poi un'altra questione ancora più delicata: il rapporto tra potere e ricchezza.
È semplicistico affermare che ogni leader autoritario governi esclusivamente per arricchire se stesso. Ma è altrettanto ingenuo ignorare il rischio che, quando mancano controlli indipendenti, trasparenza e alternanza, il potere possa trasformarsi in uno strumento per proteggere élite politiche, economiche e familiari.
Il problema non è soltanto quanto possiede un leader.
Il problema è quanto possiedono le persone vicine al potere e quanto il sistema permetta di controllarle.
Iraq e Libia hanno mostrato quanto la corruzione, il clientelismo e la debolezza istituzionale possano sopravvivere anche dopo la caduta di un regime. In Iraq, ad esempio, la corruzione politica e la distribuzione delle risorse attraverso reti di patronato sono rimaste problemi strutturali anche dopo Saddam.
Questo dimostra una cosa fondamentale:
la corruzione non è soltanto il problema di una persona. Può diventare una cultura di sistema.
Ma il problema non riguarda soltanto le dittature
Qui la riflessione diventa ancora più scomoda.
Guardare Saddam, Gheddafi o Putin e pensare che il problema riguardi esclusivamente i regimi autoritari sarebbe troppo facile.
Anche le democrazie possono ammalarsi.
Disoccupazione.
Inflazione.
Debito.
Sanità sotto pressione.
Case troppo costose.
Giovani che non trovano lavoro.
Famiglie che perdono potere d'acquisto.
Politici che promettono riforme e poi non riescono a realizzarle.
Cittadini che smettono di credere nelle istituzioni.
Questi problemi non producono necessariamente dittature, ma producono qualcosa di altrettanto pericoloso: la perdita di fiducia.
E quando un cittadino non crede più che la politica possa migliorare la propria vita, diventa più facile convincerlo che serva "l'uomo forte".
Il paradosso del 2026
Siamo nel 2026 e la tecnologia ha raggiunto livelli straordinari.
L'intelligenza artificiale cambia il lavoro.
La medicina compie progressi enormi.
Le comunicazioni permettono di parlare in tempo reale con qualsiasi parte del mondo.
Eppure milioni di persone continuano a vivere con una domanda elementare:
"Domani starò meglio o peggio?"
Questa è la vera misura del successo di una politica.
Non soltanto il PIL.
Non soltanto il numero di armi possedute.
Non soltanto il prestigio internazionale.
Non soltanto la propaganda.
La qualità della vita delle persone.
Un Paese può essere militarmente potente e avere cittadini impauriti.
Può avere enormi risorse naturali e avere una popolazione povera.
Può avere grandi ambizioni geopolitiche e perdere giovani, talenti e fiducia.
Può vincere battaglie e perdere il futuro.
E allora chi ha ragione?
La risposta più onesta è: nessuno possiede tutta la verità.
La politica contemporanea soffre proprio di questo.
Ogni campo racconta la propria versione.
Destra contro sinistra.
Occidente contro Oriente.
Governo contro opposizione.
Nazione contro nazione.
E nel mezzo rimane il cittadino.
Il cittadino che paga le tasse.
Il cittadino che cerca lavoro.
Il cittadino che manda i figli a scuola.
Il cittadino che vuole sicurezza.
Il cittadino che non vuole vedere i propri figli partire per una guerra.
È lui che dovrebbe essere il centro della politica.
Non il leader.
Non il partito.
Non la propaganda.
La vera soluzione non è trovare un altro uomo forte
Questa è forse la lezione più importante lasciata da Saddam Hussein e Gheddafi e, in prospettiva, anche dalla vicenda Putin.
Quando un sistema entra in crisi, la tentazione è cercare un nuovo uomo forte.
Ma la soluzione non è sostituire un uomo forte con un altro.
La soluzione è costruire istituzioni forti.
Istituzioni capaci di sopravvivere ai leader.
Una magistratura indipendente.
Una stampa libera.
Parlamenti realmente funzionanti.
Controlli sulla spesa pubblica.
Regole contro la corruzione.
Elezioni credibili.
Una società civile capace di criticare il potere senza essere considerata nemica dello Stato.
E soprattutto una cultura politica nella quale criticare il governo non significa odiare il proprio Paese.
La domanda che resta
Saddam Hussein è morto.
Muammar Gheddafi è morto.
Ma Iraq e Libia non hanno trovato automaticamente la pace dopo la loro morte.
Putin è ancora al potere e la Russia continua una guerra che rischia di produrre conseguenze sempre più ampie per l'Europa.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto:
"Come facciamo a eliminare il leader che consideriamo responsabile?"
La domanda più difficile è:
"Come costruiamo uno Stato che possa funzionare anche quando quel leader non ci sarà più?"
Perché la storia insegna che abbattere una persona può essere relativamente semplice.
Costruire una società stabile, libera, prospera e capace di garantire il futuro è infinitamente più difficile.
Ed è proprio qui che la politica mondiale, nel 2026, sembra ancora non avere trovato una risposta convincente.
Il vero fallimento non è soltanto quando scoppia una guerra.
Il vero fallimento è quando, dopo la guerra, nessuno riesce a costruire la pace.
E forse il problema più grande delle nostre società non è soltanto trovare politici migliori.
È costruire sistemi nei quali anche un politico mediocre non possa distruggere il futuro di un'intera generazione.
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