CRISTALDI: «MELONI HA DATO STABILITÀ ALL'ITALIA, MA LA SICILIA NON SFRUTTA LE SUE POTENZIALITÀ»
Dalla credibilità internazionale del governo alle criticità della Regione: «Meloni ha dimostrato capacità, ma servono più interventi su sicurezza, sanità e istruzione. In Sicilia la burocrazia soffoca le imprese e spinge i giovani ad andare via».

ROMA- Dalla protesta giovanile in Serbia alla tenuta del governo Meloni, fino alle occasioni perdute della Sicilia: Nicolò Cristaldi, presidente del Movimento Futuristi, già deputato e sindaco di diverse realtà siciliane, analizza le trasformazioni della politica italiana ed europea. «Il problema non è soltanto chi governa, ma la capacità di offrire risposte concrete. In Sicilia abbiamo un motore potente, ma non sappiamo sfruttarlo fino in fondo».
Una vita dedicata alla politica e all'amministrazione pubblica, con una lunga esperienza maturata nelle istituzioni e nei territori. Nicolò Cristaldi, presidente del Movimento Futuristi, già parlamentare e sindaco, conosce da vicino le dinamiche della politica nazionale e le difficoltà amministrative della Sicilia. Con lui abbiamo affrontato alcuni dei temi centrali del dibattito contemporaneo: il significato della protesta giovanile in Europa, gli equilibri politici italiani, la tenuta del governo guidato da Giorgia Meloni e il futuro di una regione che continua a esprimere grandi potenzialità senza riuscire sempre a trasformarle in sviluppo.
Dalla Serbia, dove le mobilitazioni delle nuove generazioni hanno riportato al centro la domanda di cambiamento, a un'Italia caratterizzata da una stabilità di governo inconsueta rispetto al passato, fino alla Sicilia, alle prese con ritardi strutturali e fuga dei talenti, il filo conduttore è la distanza tra le aspettative dei cittadini e le risposte della politica. Un confronto che va oltre le appartenenze tradizionali e pone una domanda fondamentale: le classi dirigenti sono ancora in grado di interpretare le trasformazioni della società?
EUROPA, LA PROTESTA DEI GIOVANI E LA CRISI DELLA POLITICA
Dalla Serbia alla Francia, fino all'Italia, cresce la richiesta di cambiamento. Siamo di fronte a una nuova stagione di protesta giovanile contro i governi e i modelli politici tradizionali?
Trovo del tutto naturale questa reazione. Esiste una sorta di ribellione, soprattutto nel mondo giovanile, contro lo stato delle cose. Non è un fenomeno che riguarda soltanto alcuni Paesi: attraversa le società occidentali e nasce dalla volontà di superare una situazione che molti considerano insoddisfacente.
La gente non vota più soltanto per ideologia. Sempre più spesso esprime un giudizio su chi governa, indipendentemente dal fatto che sia di destra o di sinistra. È una forma di protesta che non sempre si accompagna a un programma preciso o a una strategia politica alternativa, ma che contiene un segnale importante: una parte della società vuole un mondo diverso.
La Francia, storicamente, ha rappresentato un punto di riferimento per i cambiamenti politici e sociali europei. Dalla Rivoluzione francese in poi, molte trasformazioni nate in quel Paese hanno influenzato anche l'Italia e il resto del continente.
Oggi, però, il problema è più ampio. L'Europa fatica a costruire risposte adeguate alle trasformazioni della società contemporanea. Non è soltanto una contestazione contro questo o quel governo, ma una manifestazione di insofferenza verso un sistema che non riesce sempre a offrire prospettive credibili alle nuove generazioni.
La protesta, naturalmente, non basta. Bisogna capire se da questa spinta nasceranno nuovi progetti politici e capacità di governo. Il segnale, comunque, è evidente: ignorare il malessere sarebbe un errore.
GOVERNO MELONI, LA STABILITÀ NON BASTA
L'Italia ha conosciuto decenni di instabilità governativa. Giorgia Meloni, prima donna presidente del Consiglio, ha costruito un esecutivo di lunga durata. Come giudica il suo operato?
Giorgia Meloni ha dimostrato capacità politiche che vanno riconosciute. È innanzitutto molto abile nella comunicazione e ha saputo restituire all'Italia un ruolo più incisivo sul piano internazionale. Il nostro Paese ha cercato di superare una posizione di marginalità, assumendo un atteggiamento più autorevole nei rapporti con i partner europei e internazionali.
Rimangono, tuttavia, alcuni limiti nella cultura politica e nella visione complessiva dello schieramento di governo. Ho la sensazione che la tenuta della Meloni dipenda non soltanto dai risultati positivi ottenuti, ma anche dalla debolezza dell'alternativa. La sinistra appare troppo divisa, litigiosa e incapace di presentare una proposta sufficientemente credibile.
In queste condizioni, una parte dell'elettorato continua a premiare il governo perché non individua un'alternativa convincente.
Questo non significa che l'esecutivo possa considerarsi al riparo da ogni critica. La stabilità è un valore, soprattutto in un Paese abituato a frequenti cambi di governo, ma deve produrre risultati concreti.
SICUREZZA, SANITÀ E SCUOLA: LE RIFORME ANCORA NECESSARIE
Quali sono gli ambiti nei quali il governo dovrebbe intervenire con maggiore decisione?
Credo che serva più attenzione a temi tradizionalmente associati alla destra, a cominciare dall'ordine pubblico e dalla sicurezza. La carenza di personale nelle forze dell'ordine è una questione che richiede risposte concrete.
Anche la sanità deve funzionare meglio. I cittadini hanno diritto a servizi efficienti e a tempi di attesa ragionevoli. Università e scuola, inoltre, necessitano di una visione moderna, capace di rispondere alle trasformazioni del mondo del lavoro, della ricerca e della società.
Sono questioni che non possono essere affrontate soltanto sul piano della comunicazione. Occorrono riforme, investimenti mirati e una capacità amministrativa adeguata.
In vista dei prossimi appuntamenti elettorali, sarà interessante osservare anche gli equilibri interni al centrodestra, il ruolo della Lega e di Matteo Salvini, il fenomeno politico rappresentato da Roberto Vannacci e i movimenti territoriali che potrebbero contribuire a modificare gli assetti della maggioranza.
La partita politica resta aperta. Molto dipenderà dalla capacità dei partiti di interpretare le richieste dei cittadini e trasformarle in proposte credibili.
SICILIA, UN POTENZIALE CHE RESTA INESPRESSO
Lei ha dedicato gran parte della sua vita alla politica e all'amministrazione locale, anche come sindaco di Mazara del Vallo e di Calatafimi Segesta. Come è cambiata la Sicilia negli ultimi dieci anni e che cosa manca per farla crescere?
La Sicilia possiede risorse straordinarie, ma spesso non riesce a valorizzarle. È come avere un'automobile con un motore potente senza conoscere fino in fondo le sue possibilità. Il problema è che chi guida la Regione non sempre sembra consapevole degli strumenti che ha a disposizione.
Mi sarei aspettato dal governo regionale di centrodestra una maggiore incisività, soprattutto nella semplificazione delle procedure e nella modernizzazione dell'amministrazione. La Sicilia ha bisogno di regole più chiare e di tempi certi per chi vuole investire, lavorare e fare impresa.
L'autonomia speciale dovrebbe rappresentare un vantaggio concreto per lo sviluppo dell'Isola, non rimanere soltanto un principio istituzionale. Per riuscirci, occorre una classe dirigente capace di assumersi maggiori responsabilità e di utilizzare efficacemente gli strumenti disponibili.
IMPRESE E GIOVANI: FERMARE LA FUGA DEI TALENTI
La Sicilia continua a perdere giovani qualificati e professionisti. Perché tanti scelgono di andare via?
Uno dei problemi principali è un sistema amministrativo troppo complicato, aggravato da un'eccessiva stratificazione normativa. Tra leggi, disposizioni e decreti si è accumulata una quantità enorme di provvedimenti. Sarebbe necessario intervenire con una revisione profonda, eliminando le norme inutili, superate o contraddittorie.
Questa situazione penalizza soprattutto chi vuole fare impresa. Un imprenditore ha bisogno di certezze, procedure snelle e tempi ragionevoli. Se per realizzare un progetto deve affrontare ostacoli continui, rischia di rinunciare o di trasferire altrove le proprie attività.
Lo stesso vale per i giovani. Molti siciliani capaci e preparati cercano fuori dalla Regione le opportunità che non riescono a trovare nella propria terra. Non possiamo accettare che questa perdita di competenze diventi una condizione permanente.
La Sicilia deve creare un ambiente favorevole al lavoro, agli investimenti e all'innovazione. Non basta chiedere ai giovani di restare: bisogna offrire loro ragioni concrete per farlo.
IL FUTURO DELLA SICILIA SI GIOCA SULLA CAPACITÀ DI CAMBIARE
Qual è, in conclusione, la priorità per rilanciare la Regione?
La priorità è trasformare le potenzialità in risultati. Servono una pubblica amministrazione più efficiente, una legislazione più semplice, investimenti capaci di generare occupazione e un rapporto più efficace tra istituzioni e imprese.
Bisogna soprattutto recuperare una visione politica che guardi al futuro e non si limiti alla gestione dell'esistente. La Sicilia dispone di risorse umane, culturali ed economiche importanti. Deve imparare a utilizzarle meglio e a costruire condizioni favorevoli per chi vuole investire e lavorare.
Il vero paradosso è che una terra ricca di competenze e opportunità continui a fare i conti con ritardi e ostacoli che ne frenano lo sviluppo.
La sfida riguarda la capacità della classe dirigente di cambiare metodo, assumersi responsabilità e dare risposte ai cittadini.
Perché il futuro della Sicilia non dipende soltanto dalle risorse disponibili, ma soprattutto dalla capacità di trasformarle in opportunità, lavoro e crescita.
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