DALL’UMRA AL LIMBO: SETTE MESI BLOCCATI IN ARABIA SAUDITA DOPO UNA DISCUSSIONE PER UN TAPPETO DA PREGHIERA
SETTE MESI LONTANI DA CASA DOPO UNA DISCUSSIONE ALLA MECCA: 47 GIORNI DI CARCERE, DIVIETO DI ESPATRIO E UNA FAMIGLIA ANCORA BLOCCATA IN ARABIA SAUDITA. “VOGLIAMO SOLO TORNARE A CASA”, L’APPELLO ALLE AUTORITÀ TURCHE.

ROMA – Doveva essere un viaggio di fede, un pellegrinaggio compiuto per l’Umra. Si è trasformato invece in un incubo giudiziario che, secondo il racconto della famiglia, dura ormai da circa sette mesi.
Una famiglia originaria di Sakarya, in Turchia, si trova ancora in Arabia Saudita a seguito di una vicenda iniziata alla Mecca con una discussione legata, secondo la loro versione, a un tappeto da preghiera. Da quel momento sarebbe iniziata una lunga procedura giudiziaria che avrebbe impedito ai familiari di fare ritorno in Turchia.
Secondo quanto riferito dalla famiglia, Serdar Ünlüce, insieme alla madre e alle sorelle, sarebbe stato fermato dopo la discussione. Le donne sarebbero state successivamente rilasciate, mentre Ünlüce avrebbe trascorso 47 giorni in carcere.
La famiglia sostiene inoltre che nei suoi confronti sia stato disposto un divieto di lasciare il territorio saudita, impedendo così il rientro in Turchia. Una situazione che, dopo mesi, sta assumendo i contorni di una vera e propria emergenza familiare.
Ünlüce avrebbe inoltre denunciato di essere stato maltrattato durante il periodo di detenzione, riferendo di aver riportato lesioni. Si tratta, tuttavia, di dichiarazioni della famiglia che dovranno essere verificate attraverso gli atti ufficiali e le autorità competenti.
Il punto più inquietante resta la durata della vicenda: sette mesi lontani da casa per un viaggio iniziato con un atto di culto. La famiglia afferma di trovarsi in una condizione di profonda difficoltà economica e personale e di non sapere quando potrà finalmente rientrare.
Attraverso un video diffuso pubblicamente, i familiari hanno rivolto un appello direttamente al presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e alle istituzioni di Ankara, chiedendo un intervento per sbloccare la situazione e consentire loro di tornare a casa.
Una domanda resta al centro della vicenda: come può un viaggio religioso trasformarsi in sette mesi di attesa, lontananza e incertezza?
La famiglia non chiede altro, sostiene: poter tornare in Turchia, riabbracciare i propri cari e chiudere una vicenda che, iniziata durante un pellegrinaggio, ha finito per sconvolgere completamente la loro vita.

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